lettera di inizio anno alla comunità della RETE VESUVIANA SOLIDALE 

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lettera di inizio anno alla comunità della RETE VESUVIANA SOLIDALE 

Care e cari,

come ogni anno vi scrivo per augurarvi un buon inizio provando a tirare un poco le fila di quest’anno che è andato e di quello che comincia nella nostra piccola comunità. Il 2025 è stato un anno duro che si è chiuso con il lutto e la speranza. Il lutto vero e devastante per i 116 morti dell’ultimo naufragio di pochi giorni fa nel mar Mediterraneo. 116 persone alla deriva che i governi europei per due giorni hanno seguito fino alla morte attraverso i disumani monitor di Frontex senza autorizzare nessun intervento di salvataggio e soccorso. 116 morti che si aggiungono alle migliaia di vite strappate dal mare e dalle leggi disumane delle frontiere. Il nostro lutto piange le morti di Gaza dove il genocidio continua a bassa intensità, le morti dei conflitti in Ucraina, in Siria, Sudan, Yemen, Etiopia, Afghanistan. Ma non sono solo i conflitti a uccidere e lo sappiamo bene noi che ogni giorno ascoltiamo la brutalità dei racconti di frontiera e dei viaggi della speranza che alimentano società del debito e della brutalità in luoghi lontani ma a noi vicinissimi come Bangladesh, Pakistan, Algeria, Tunisia.

Insomma, il 2025 per chi crede nell’umanità come valore universale è stato un anno di lutto senza sosta. Eppure, è stato anche un anno di speranza e quella stessa speranza ce la portiamo nel 2026 assieme alla memoria dei morti e delle ingiustizie. I compagn* della rivista COMUNE-INFO bene hanno fatto a lanciare nel 2025 la rubrica “Partire dalla Speranza e non dalla Paura” (qui il link con tutti i contributi della rubrica: Partire dalla speranza e non dalla paura – Comune-info ) perché proprio quando la notte è più buia occorre ripartire da quella che gli zapatisti e le zapatiste definiscono la “speranza realista”. Una speranza che non si racconta storie, che non cerca scorciatoie nelle soluzioni facili o nelle rassicurazioni della propaganda che ci circonda (elettorali, comunicative, informatiche). Una speranza che vive di impegni quotidiani e di tempi dedicati alla cura e alla costruzione. Una speranza che si misura nei successi del giorno seguente e non nei grandi programmi. La nostra speranza è fatta di luoghi, di strumenti, di spazi, di momenti che dedichiamo alla nostra comunità come abbiamo fatto lo scorso 12 Novembre quando abbiamo condiviso la lotta dello sciopero generale e l’inaugurazione delle nostre Docce Comunitarie che si sono aggiunte alla nostra rete di servizi sociali di prossimità. O come abbiamo fatto lo scorso 3 Giugno quando abbiamo inaugurato la nuova sede dello Sportello Diritti di Poggiomarino. Questi sono i luoghi di Speranza che abbiamo inaugurato in questo 2025 sapendo che, come per tutti i nostri percorsi, dovremo curarli, sostenerli, lavorare duramente per renderli patrimonio collettivo per le tantissime persone che ci chiedono aiuto ogni giorno.

Il 2025 non è stato solo l’anno delle inaugurazioni ma anche quello della Cura di ciò che abbiamo costruito negli anni passati a cominciare dal nostro progetto di accoglienza ed alla nostra struttura di impresa sociale. Questa è ciò che ci consente di poter agire concretamente nel cambiamento della società mettendo in campo saperi, professionalità e strumenti. Chiudiamo infatti il 2025 con la quasi totale estinzione dei debiti che in questi anni abbiamo dovuto fare per sostenere la partenza dell’avventura SAI e l’investimento sulla progettualità strutturata è sulla gestione dell’impresa. Non era un risultato scontato ed è merito non solo del lavoro di gestione ma anche del lavoro quotidiano e senza sosta delle nostre operatrici e operatori. A loro va il ringraziamento della nostra comunità così come va alle decine di volontari che ogni giorno dedicano tempo, cura, sforzi e sogni alla costruzione dei percorsi associativi.

Il 2026 sarà un anno di nuove speranze, trasformazioni e consolidamento delle pratiche sociali. Già alla prima assemblea associativa che si terrà ad inizio gennaio (probabilmente il 10) avremo modo di iniziare a porre le basi di questo nuovo anno ma chiedo a tutte e tutti voi di dedicare qualche ora per iniziare il nuovo anno con uno sguardo a ciò che abbiamo fatto e perciò vi invio il nostro report dei settori fatto dopo le vacanze estive. Rileggere i risultati e le criticità dell’anno trascorso penso sia una buona abitudine per capire se la strada che stiamo seguendo è giusta ( qui il link con la scheda di sintesi: https://drive.google.com/file/d/1B54jpwfVl6lBd0PDKdNr7kq_n2I8vmy2/view?usp=sharing ). Il 2026 sarà anche l’anno di scelte radicali che saremo chiamati ad intraprendere. Lo sgombero del Leoncavallo e di Askatasuna, l’attacco a Spin Time e a Mediterranea, la campagna di sciacallaggio nei confronti di Casarini, Albanese, Don Mattia Ferrari, la criminalizzazione del Movimento NoTav e la delegittimazione del diritto allo sciopero e dei sindaciti ci mostrano come il governo agisca nella repressione del pensiero critico in un’ottica di Normalizzazione del dissenso per renderlo innocuo o ricondotto alla sfera elettorale. Noi rappresentiamo in maniera evidente un pensiero critico che dal basso modifica i territori e agisce sulle scelte politiche. Proprio in virtù della nostra storia dobbiamo essere pronti a costruire solidarietà e diffondere consapevolezza sulla necessità di difesa del pensiero critico e degli strumenti democratici di dissenso come lo sciopero. Il prossimo referendum sulla giustizia sarà un passaggio fondamentale di questo percorso e dovremo penso animare anche nel nostro territorio la creazione di un comitato per il NO!

Vi saluto e vi lascio con un pensiero forte ai membri della nostra comunità che non ci sono più e che in realtà sono sempre con noi. Sabino ed Ernesto. Penso che quest’anno dovremmo trovare un grande momento collettivo per raccontarci le loro e le nostre storie e ricordarci sempre che “non ci sono problemi, ma solo soluzioni”.

Un abbraccio a tutte e tutti! Buon anno da Alessio!

Vi saluto con una piccola storia del sup Marcos con cui ha aperto i lavori del Similliero Zapatista che si sono tenuti fino ad ieri in Messico. Credo sia molto utile per ciò che dobbiamo fare anche noi qui: partire dal tetto ma capire che è solo il primo passo (c’è anche un piccolo video che è molto ma molto eozionante):

UN TETTO COMUNE.

Una costruzione con la montagna dentro. Una vocazione alla cura. Una tecnica di muratura. Migliaia di mani e di volontà, incluse alcune venute da oltre i mari. Colori, altezze, lingue, culture e modi diversi, e un tetto in comune.

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L’impasto va gettato tutto assieme. Non si può a pezzi, perché il tetto verrebbe male. È lì che bisogna mettersi tutt* insieme, ma ben organizzati. Il colato di un tetto è come un ballo: ciascuno sa il proprio posto, ciò che gli tocca e con chi farlo. Se piove, allora sì che è tutto da buttare. Bisogna quindi chiedere ai più esperti, stare attent*, pront*. Finché si decide “quel giorno”, si raduna la gente, si distribuiscono i compiti. Si fa presto, perché altrimenti il caldo diventa insopportabile e ti ritrovi come uno scarafaggio dopo la fumigazione. Quando si finisce, ridiamo e beviamo pozol. A pranzo c’era carne di manzo che abbiamo condiviso. Non c’è festa fuori, ma sì nel cuore. “È nostro”, pensiamo. E sappiamo che è di tutt* e di nessuno. Una sala operatoria vuol dire un luogo dove chi conosce l’arte del coltello ti toglie il male come si strappa un cattivo pensiero. Ci vuole tempo e ti lascia un po’ malridotto, ma così è la vita: ci mette tempo e ti lascia malridotto, però arriva il momento in cui il colato è fatto. E non c’è festa fuori, ma sì nel cuore. Costruire è come lottare: lo fai perché un giorno ne avrai bisogno. Tu o i tuoi, che non vuol dire proprietà, ma la tua famiglia, i vicini, le compagne e i compagni.

Sì, manca chi ne capisca di elettricità, perché ci saranno apparecchi di quelli non per tutt*. Monofase, bifase, trifase e la messa a terra e chissà quante altre cose. Terra ne abbiamo, ma bisogna saperci fare con l’elettricità, perché altrimenti gli apparecchi si rompono e allora è tutto inutile. È come se in un ballo si spegne la musica: resti con la cumbia a metà. Immagina che ti stanno operando la pancia e salta la luce e resti con le budella che penzolano come un vecchio fazzoletto. Per questo il passo successivo è trovare un elettricista. Bisogna trovarne uno disposto al comune. Gli elettricisti si ammalano? Si ammalano, e hanno bisogno anche loro. Manca questo. E mancano finestre e porte, perché non una finestra o porta qualunque. Dottoresse e dottori? C’è già, per così dire, una squadra. Ma sicuramente ne arriveranno altri. Perché se hai coltello, machete, motosega, trapano, ma non c’è chi ti apra la pancia, allora è inutile, come diciamo qui. Alcuni dottori sono già venuti a vedere. Io non mi sono fatto vedere perché, vai a sapere, magari mi guarda e vuole già cominciare a praticare. E poi non c’è ancora l’elettricità speciale. Meglio aspettare. Però il tetto c’è.

Sì, mancano ancora molte cose, ma ora ha un tetto, e un tetto è importante per la vita. Per questo gli dèi fecero il cielo, per dare al mondo un tetto.

Sì, manca quel che manca.

Speriamo facciano i tamales. Sì, speriamo che non siano crudi.

Dalle montagne del Sud-Est Messicano.

 

VIDEO DELLA COSTRUZIONE DEL TETTO:

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