Piccola riflessione al tempo del Corona Virus per la comunità YaBasta! e non solo

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Questa piccola riflessione è dedicata a noi ed al nostro mondo, quello delle associazioni, dei comitati, dei movimenti e delle realtà poltico/sociali/sindacali. Insomma, è indirizzata a chiunque stia provando a costruire una risposta all’emergenza. Una risposta immediata, anzitutto; e che però, implicitamente, già allude a un modello di società diversa, in cui si cammina insieme e ci si salva insieme. Una risposta che disegna nel suo stesso svolgersi quella che un tempo avremmo definito: “la nuova umanità”; che sa di poter essere felice e sicura solo se lo sono anche tutti gli altri.

Questa risposta però, fatta di pratiche sociali e di un nuovo modo di pensare l’impegno sociale e politico, ci consegna alcuni spunti di discussione. Proverò ad analizzare i due che mi sembrano più immediati e rilevanti per la nostra associazione:

 

  • Una nuova definizione dei luoghi fisici dell’impegno.

Per una realtà come la nostra, che vive il proprio impegno all’interno delle dinamiche della piazza, della strada, del quartiere e soprattutto della sede (che è casa dei popoli, dei diritti, dell’impegno), il virus costringe a ripensare radicalmente le modalità del nostro agire.

La nostra sede è chiusa per la prima volta in dieci anni. Questa triste circostanza ci ha permesso di riflettere sull’importanza dei luoghi digitali e degli spazi di discussione virtuale. La nostra scuola d’italiano è diventata “online”, il nostro sportello diritti è ora “telematico”. Questa trasformazione è molto complessa e dai risultati incerti: proprio perché la grande comunità virtuale non è una comunità reale. Non permette di mantenere o sviluppare legami sociali solidi, se non con un impiego di energie e di tempo molto elevato. E comunque i risultati che produce non sono applicabili a tutte le tipologie di utenti che vivono o usufruiscono del nostro spazio (il nostro doposcuola, che a Scisciano svolgiamo da quando è nata l’associazione, è infatti fermo).

Questa chiusura degli spazi fisici crea, inoltre, la necessità di una nuova definizione dell’identità dei corpi sociali.

Il nostro “mondo sociale/politico” infatti, così frammentato e legato al territorio, spesso ha nutrito la propria identità con lo spazio che lo ospita. In un periodo in cui le identità ideologiche universali perdevano la dimensione di massa, le identità dei luoghi si sono arricchite di storie e di percorsi, diventandone quasi l’immagine, il simbolo, la sintesi. Mentre le sigle identitarie negli anni sono passate, a volte addirittura scomparse, lasciando ben poco come eredità di riferimento, gli spazi di pratiche solidaristiche (intesi proprio come immobili, cascine, palazzi) hanno resistito, diventando propulsori di iniziative e raccolta di energie tese all’incontro e alla trasformazione dell’esistente. Sono divenuti, quindi, portatori evidenti di un’identità politico/sociale universale.

La chiusura degli spazi rischia ora di mettere in discussione questa nostra identità. E tuttavia, contemporaneamente, può forse diventare l’occasione per ridefinirla in un sistema che ci permetta di uscire dal nostro sempre più impenetrabile “particolare”, e ciò proprio in forza di una necessità “globale” che ci costringe a costruire delle risposte tendenzialmente universali.

 

  • L’emergenza, la mescolanza e l’organizzazione.

Quest’emergenza ha costretto tutti i soggetti sociali impegnati nelle pratiche mutualistiche e di solidarietà a costruire legami operativi con realtà spesso molto diverse per impostazione ideologica o modalità operativa. Questo è successo a Scisciano, come in tante altre realtà: i banchi alimentari laici e quelli religiosi, le opere caritatevoli e i collettivi politici, le associazioni per la tutela dei diritti e quelle per la promozione dello sport, e chi più ne ha più ne metta, si sono ritrovate a far parte di gruppi di consegna di pacchi alimentari o di squadre per la distribuzione di pasti, mascherine e kit igienici.

L’emergenza ha permesso, come spesso accade nelle situazioni molto gravi, la costruzione di una rete reale. In questi dieci anni abbiamo provato tante volte a mettere in rete realtà simili e sempre con scarso risultato. In questo periodo assistiamo alla costruzione di reti tra soggetti non simili con estrema facilità.

E ciò anche prescindendo dal fatto che questa emergenza mette inesorabilmente al centro talune questioni molto politiche e molto di parte:

ci si salva solo se tutti, indipendentemente dalla razza o dalla religione, ci muoviamo assieme. L’individualismo del sistema liberista è stato, di fatto, la prima vittima del COVID-19;

– le dinamiche di povertà sono un problema collettivo, e la ridistribuzione della ricchezza è l’unica soluzione per evitare la catastrofe;

il lavoro nero, sfruttato e non tutelato diviene fattore di pericolo per tutti, e non solo per i lavoratori che lo subiscono e che in questa situazione si ritrovano senza alcun sostegno;

– i migranti e gli invisibili che vivono i nostri territori devono rientrare nel sistema sanitario e del welfare per il bene e la sicurezza di tutti. Oggi una sanatoria di tutti i migranti è possibile ed è molto realistica, come ci indicano le recenti disposizioni in Portogallo.

Quest’emergenza, quindi, ci consegna una dinamica di azione collettiva, ma anche l’attualità di una serie di tematiche storiche della “sinistra sociale e politica” di derivazione comunista, socialista e cattolica. Sono indicazioni che vengono ora considerate attentamente finanche ad esponenti del mondo liberale.

Ma come stare all’interno di queste dinamiche collettive? Come declinare questi temi in contenitori molto più ampi di quelli a cui siamo abituati? La risposta a questa domanda non è semplice e noi stiamo provando a costruirla, a mio avviso, con l’insolito accostamento di due parole: mescolanza ed organizzazione.

La mescolanza, anzitutto. Intesa come capacità di contaminare e di contaminarci con le realtà con cui operiamo a stretto contatto, con le persone che incontriamo e con cui condividiamo percorsi di solidarietà. Non si tratta qui di timbrare un cartellino o alzare una bandiera, ma di costruire una rete che possa reggere da qui ai prossimi mesi. Una rete che costruisca non solo azioni collettive ma anche ragionamenti collettivi che superino le mura dei nostri luoghi fisici/virtuali, e ci permettano finalmente di ricostruire un’identità globale in cui riconoscerci, con parole d’ordine chiare e realistiche.

Non parliamo ovviamente di costruire un’unità d’intenti, ma una priorità d’intenti. Il virus ci costringe, infatti, a soffermarci sulle priorità e ci impedisce di dividerci sulla restante parte.

Ma alla pratica di mescolanza dobbiamo affiancare la capacità di costruire organizzazione. Le comunità come la nostra hanno definito negli anni percorsi iperstrutturati ed organizzati. Ora questa nostra attitudine diviene fondamentale nel pianificare e gestire le pratiche di solidarietà, ma anche per portarle avanti in modo da far emergere i temi e le risposte globali all’emergenza.

Questa attitudine organizzativa va intrecciata, quindi, con la mescolanza, va messa a disposizione, va contrattata con le altre forme di organizzazione, muovendoci sempre nell’ottica della priorità d’intenti.

Tutto ciò, naturalmente, non è per niente facile. Eppure, credo che in qualche modo noi, nel nostro piccolo, abbiamo posto le basi per costruirla una simile prospettiva. Lo scorso 20 Ottobre 2018 anno abbiamo deciso di dar vita ad un semenzaio sul modello zapatista, dandoci come obiettivo quello di ascoltare e contaminarci con tutte le altre realtà del territorio (http://www.yabasta.net/cosa-viene-lettera-aperta-yabasta-tutte-le-comunita-sognatori/ ). Ci siamo fatti provocare dalle altre realtà che abbiamo incontrato ed abbiamo risposto costruendo un osservatorio permanente sulle pratiche sociali attive sul nostro territorio; e con una dinamica sempre meno identitaria di organizzazione. È questo che ci permette ora di rispondere con la forza unita di tante esperienze diverse (tante colture per restare nella metafora del semenzaio; e che però collaborano a rendere rigoglioso l’unico orto da cui tutti dobbiamo trarre alimento).

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